‘E dalla bocca orrende vampe vomitava di foco’. La Chimera di Arezzo

Nella letteratura classica ci sono diverse narrazioni che fanno riferimento al mito di Bellerofonte e della Chimera, differiscono per alcuni particolari ma, tradizionalmente, il mito narra l’impresa compiuta dall’eroe Bellerofonte che riuscì a sconfiggere il terrificante mostro.

Fig. 1, Johann Nepomuk Schaller, Bellerofonte uccide la Chimera, 1821, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna

‘V’è una città, Efira, nella vallata d’Argo che nutre cavalli;
qui visse Sisifo, ch’era il più astuto degli uomini,
Sisifo, figlio d’Eolo; e un figlio generò, Glauco; e Glauco
generò Bellerofonte perfetto,
a cui bellezza gli dèi e ardore invidiabile diedero’ (Omero, Iliade, libro VI, vv.153-157)

Antea, sposa del re argivo Preto, si innamorò del giovane eroe corinzio Bellerofonte. La donna, indignata per l’oltraggioso rifiuto del giovane, per vendicarsi decise di dire al marito che Bellerofonte l’aveva insidiata. Preto mandò così Bellerofonte dal padre di Antea, Iobate, e scrisse una lettera al suocero in cui gli chiedeva di uccidere per lui il giovane traditore. Iobate obbligò Bellerofonte ad affrontare un terribile mostro, la Chimera, certo che l’eroe non avrebbe avuto scampo. Bellerofonte, invece, accompagnato dal poderoso cavallo alato Pegaso e dalla benevolenza degli dei, in particolare della dea Atena  che gli regalò briglie e morso d’oro per rendere il cavallo docile e ubbidiente, riuscì a sconfiggere il temuto mostro e tornò vittorioso.

Pegaso era figlio di Medusa, la Gorgone dalla folta chioma  di serpenti e dallo sguardo che pietrifica…

Quando Perseo tagliò la testa di lei via dal collo
balzò fuori Crisaore grande e il cavallo Pegaso,
e questa fu la causa del loro nome, che l’uno presso le sorgenti d’Oceano
nacque e l’altro un’aurea spada aveva nelle mani’ (Esiodo, Teogonia, vv. 280-283).


Riguardo alla Chimera, Omero ed Esiodo ci forniscono una stupefacente descrizione.

‘Era il mostro d’origine divina
Lïon la testa, il petto capra, e drago
La coda; e dalla bocca orrende vampe
Vomitava di foco. E nondimeno
Chol favor degli Dei l’eroe spense’ 
(Omero, Iliade, libro VI, vv. 222-226).

                                                                                         

Echidna partorì Chimera che spira invincibile fuoco,
terribile e grande, veloce e forte;
tre teste aveva: l’una di leone dagli occhi ardenti,
l’altra di capra, di serpe la terza, di drago possente;
davanti leone, drago di dietro, nel mezzo era capra,
spirando tremendo ardore di fiamme brucianti;
costei l’uccisero Pegaso e il prode Bellerofonte’ (Esiodo, Teogonia, vv. 319-325).

La Chimera (dal gr. χίμαιρα, chímaira, che significa ‘capra’), è un mostro triforme, tremenda fiera sputafiamme che presenta un corpo ed un muso leonini, una testa di capra che le si erge in mezzo alla schiena ed una sinuosa coda a forma di serpente.

Nell’arte antica il tema di Bellerofonte e della Chimera è stato ampiamente rappresentato, soprattutto attraverso la pittura vascolare [Figg. 2, 3, 4, 5].

Fig. 2, Kilix ateniese a figure nere, VI sec. a.C. , Louvre, Parigi

Fig. 3, Kilix laconica a figure nere, VI sec. a. C. , Getty Museum, Los Angeles

Fig. 4, Anfora attica a figure nere, VI sec. a. C., Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma

Fig. 5, Kilix a figure rosse proveniente dalla Magna Grecia , IV sec. a.C, Louvre , Parigi

Questa breve introduzine ci porta al tema principale del racconto: la Chimera di Arezzo.

Solitamente sono molti i simboli che prendono vita, nella nostra mente, quando evochiamo il nome di un luogo: automaticamente creiamo una o più immagini che rappresentano la nostra percezione (quindi una percezione soggettiva), di un determinato posto. La prima cosa che a me viene in mente pensando ad Arezzo, per esempio, è il Ciclo dei Mesi della pieve di Santa Maria. Poi mi lascio invadere da altre suggestioni che, evidentemente, per me ‘sanno’ proprio di Arezzo: la Regina di Saba nella basilica di San Francesco, il Domo Vecchio al Pionta, la targa marmorea a Tommaso Sgricci, ‘i fuochi di San Donato’, il trionfo delle bandiere e delle chiarine squillanti in Piazza Grande per la Giostra del Saracino, il profumo dei pini nelle serate estive lassù, al Prato…

Ma per tutti gli aretini e per chi, come me, vive in provincia di Arezzo, c’è lei, un’icona che ha una valenza estetica fortissima: il bronzeo, lucente animale mitologico che ha nome Chimera.

Attualmente la scultura bronzea della Chimera si trova nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze [Fig. 6], ma la storia del ritrovamento di questo capolavoro parte da Arezzo; il ritrovamento avvenne durante gli scavi effettuati per la realizzazione dei baluardi medicei.

Fig. 6, Chimera, Museo Archeologico Nazionale, Firenze

Il 15 novembre 1553, vicino a Porta San Lorentino ad Arezzo, fu rinvenuta una ricca stipe votiva, cioè un complesso di manufatti e materiali votivi, costituita da un gran numero di bronzetti e da un ‘lione di bronzo’, come lo definì Benvenuto Cellini nella propria autobiografia.

Nel Proemio delle Vite, Giorgio Vasari (Arezzo 1511- Firenze 1574), tuttofare, uomo di fiducia, adulatore, nonché architetto, pittore e scenografo di corte del duca Cosimo I de’ Medici, narra minuziosamente del ritrovamento della Chimera di Arezzo:

‘[…] essendosi trovata […] una figura di bronzo fatta per la Chimera di Bellerofonte, nel far fossi, fortificazioni e muraglia d’Arezzo[…] si conosce la perfezzione di quell’arte essere stata anticamente appresso i Toscani, come si vede nella maniera etrusca, ma molto più nelle lettere intagliate in una zampa che, per essere poche, si coniettura, non si intendendo oggi da nessuno la lingua etrusca, che elle possino così significare il nome del maestro, come d’essa figura, e forse ancora gli anni secondo l’uso di que’ tempi: la quale figura è oggi per la sua bellezza et antichità stata posta dal signor duca Cosimo nella sala delle stanze nuove del suo palazzo, dove sono stati da me dipinti i fatti di papa Leone X. Et oltre a questa, nel medesimo luogo furono ritrovate molte figurine di bronzo della medesima maniera; le quali sonno appresso il detto signor Duca’.

Nel 2017 a Firenze, in occasione del primo G7 della Cultura, c’è stata la mostra ‘Chimera Relocated. Vincere il mostro‘. Per questo evento il terrificante leone bronzeo è stato ricollocato, in tutto il suo splendore, nella Sala Leone X di Palazzo Vecchio; lì dove, originariemente, l’aveva posta Cosimo I [Fig. 7]. L’immagine è stata estremamente potente! Bellissima.

Fig. 7, Chimera , Sala Leone X, Palazzo Vecchio, Firenze

Anche nelle ‘Deliberazioni del Magistrato, dei Priori e del Consiglio Generale’ della città di Arezzo (anni 1551–1553), si legge del fortunato ritrovamento:

‘[…]  fu scoperto un insigne monumento etrusco. Si trattava di un leone di bronzo, di grandezza naturale, eseguito in modo elegante e ad arte, feroce nell’aspetto, minaccioso per la ferita che aveva nella zampa sinistra, con le fauci aperte e i peli della schiena eretti, che portava sul dorso, a guisa di trofeo, la testa di un capro sgozzato, morente e insanguinato. Nella zampa destra del leone erano iscritte le lettere TINSCVIL. Il nostro Principe comandò che quest’opera così eccellente fosse portata a Firenze assieme a molte statuette di bronzo di fanciulli, uccelli e animali rozzi, fra i quali anche un cavallo, alte un piede ciascuna, trovate assieme […]’

Gli oggetti emersi furono subito trasportati a Firenze, a Palazzo Vecchio, presso sua Eccellenza Illustrissima Cosimo I de’ Medici.

Riguardo a tutte queste ‘anticaglie’ è ancora lo scultore Benvenuto Cellini (artista poliedrico, che amo particolarmente, autore del magnifico Perseo che decapita Medusa, che si trova nella Loggia dei Lanzi, a Firenze), narra che Cosimo I ‘pigliava piacere di rinettarsele (pulirle) da per sé medesimo con certi ceselli da orefici’. Le immagini dei gesti e delle abitudini legate alla quotidianità, alle piccole, grandi passioni degli uomini di potere, sono sempre ricche di fascino, non saprei dire perchè…

Nel Ragionamento Terzo dei Ragionamenti di Giorgio Vasari (in cui Vasari immagina di spiegare le opere che ha dipinto a Palazzo Vecchio a Francesco I, figlio di Cosimo I de’ Medici) è riportata una conversazione molto interessante proprio riguardo alla Chimera:

‘[…] Ditemi, Giorgio, avete voi certezza che ella sia la
Chimera di Bellerofonte, come costoro dicono?
G. Signor sì, perché ce n’è il riscontro
delle medaglie che ha il duca mio signore,
che vennono da Roma con la testa di capra
appiccata in sul collo di questo leone, il qua-
le, come vede Vostra Eccellenza, ha anche il
ventre di serpente; ed abbiamo ritrovato la
coda, che era rotta, fra que’ fragmenti di
bronzo con tante figurine di metallo che
Vostra Eccellenza ha vedute tutte; e le
ferite che ella ha addosso lo dimostrano ed
ancora il dolore, che si conosce nella
prontezza della testa di questo animale ed a me
pare che questo maestro l’abbia bene spresso.
P. Credete voi che sia maniera etrusca, co-
me si dice?
G. Certissimo, e questo non lo dico per-
ché sia ritrovata in Arezzo, mia patria, o per
dargli lode maggiore, ma per il vero e perché
sono stato sempre di questa fantasia, che
l’arte della scultura cominciasse in que’ tempi
a fiorire in Toscana; e mi pare che lo
dimostri, perché i capelli, che sono la più difficil
cosa che faccia la scultura, sono ne’ Greci
espressi meglio, ancor che i Latini gli
facessono poi perfettamente a Roma; ed in questo
animale, che è pur grande, e nelli suoi, che
egli ha accanto al collo, sono più goffi che
non gli facevano i Greci, come quelli che,
avendo cominciato poco innanzi l’arte, non
avevano ancora trovato il vero modo; e lo di-
mostra in quelle lettere etrusche che ha nel-
la zampa ritta, che non si sa quello si voglion
dire, e mi pare bene metterla qui, non per
fare questo favore agli Aretini, ma perché sì
come Bellerofonte domò quella montagna pie-
na di serpenti ed ammazzò i leoni, che fa
il composto di questa Chimera, così Leon X,
con la sua liberalità e virtù, vinse tutti gli
uomini; la quale, mancando lui, ha voluto il
fato che si sia trovata nel tempo del duca Co-
simo, il quale è oggi domatore di tutte le
Chimere; e perché già siamo alla fine delle
storie di Papa Leone, quando vi piaccia, po-
tremo avviarci in questa stanza che segue,
dove son parte de’ fatti di Papa Clemente VII,
suo cugino.
P. Volentieri, che mi diletta il vedere ed
il ragionare, infinitamente; ora andiamo’

Un accurato studio di rappresentazioni numismatiche, confermò presto l’ipotesi che quella grande figura in bronzo ritrovata ad Arezzo, raffigurasse esattamente la Chimera di Bellerofonte.

Durante tali ricerche iconografiche, furono trovate alcune monete d’argento di Sicione, antica città del Peloponneso, fertile ed estremamente fiorente soprattutto nella produzione della ceramica e del bronzo; nelle monete e nelle iscrizioni provenienti da Sicione si rintraccia il marchio Σεκυών oppure l’abbreviazione ΣE [Figg. 8, 9].

Figg. 8, 9 Antiche monete di Sicione, Grecia, IV-III sec. a.C.

A partire dal V secolo a.C., sulle monete di Sicione fu introdotto il simbolo della Chimera. La città di Sicione era alleata con la città di Corinto che aveva nel proprio conio una moneta in cui  era rappresentata  la Chimera. Ma qual è il motivo più plausibile per giustificare la presenza del mostro in queste monete? Forse la ragione sta nel fatto che il mitico eroe Bellerofonte, l’uccisore delle Chimera, fosse figlio di Glauco, re di Efira, ed Efira è il nome primitivo di Corinto.

Nell’iconografia antica, la coda della Chimera appariva nella giusta posizione. Questo cosa significa? Procediamo per gradi.

Al momento del suo ritrovamento, la Chimera apparve mutilata della coda. Ancora Vasari ci informa che la coda fu ritrovata ‘rotta, fra quei frammenti di bronzo con tante figurine di metallo‘. 

L’immagine attuale della Chimera aretina, mostra la coda-serpente nell’atto di mordere un corno della capra [Figg. 10,11].

Fig. 10, Chimera, Museo Archeologico Nazionale, Firenze (part.)

Fig. 11, Chimera, Museo Archeologico Nazionale, Firenze (part.)

La posizione delle zampe possenti dell’animale, la muscolatura ad alta definizione, l’inarcarsi sintetico del corpo teso e le temibili fauci spalancate, indicano che il mostro sia stato rappresentato nel momento dell’attacco infertogli dalla lancia di Bellerofonte. Sul collo della capra e su una coscia sono evidenti persino due ferite da cui sgorgano gocce di sangue [Figg. 12, 13]. Secondo questa lettura sarebbe più plausibile immaginare il serpente (la coda), rappresentato in una posizione d’attacco verso l’avversario e non certo nell’atto di mordere la capra, quindi la Chimera stessa…

Figg. 12, 13, Chimera, Museo Archeologico Nazionale, Firenze, (particolari delle ferite)

Ma non si tratta di una scelta simbolica misteriosa: in realtà la coda-serpente attuale è frutto di un restauro iconograficamente sbagliato realizzato ex novo durante il XVIII secolo da Francesco Carradori – scultore della corte lorenese – o forse dal suo maestro Innocenzo Spinazzi. Questa straordinaria opera in bronzo, al momento del suo ritrovamento, era priva della coda: la coda della Chimera è un’integrazione moderna nella quale è stato ‘inglobato’ il frammento originale rinvenuto nella stipe votiva. Verrebbe da chiedersi perchè, visto che è un restauro ‘sbagliato’, non ne sia stato fatto uno esatto. Successivamente. Questo particolare, benchè ricostruito in maniera erronea, serve a testimoniare un passaggio storico, un intervento di restauro che è, inevitabilmente, il segno del gusto della propria epoca oppure una trovata strutturale ingegnosa ma, in ogni caso, un ulteriore dato storico e artistico da dover preservare.

La scultura presenta un’iscrizione in lingua etrusca, incisa da destra verso sinistra, sulla zampa anteriore destra [Fig. 14]. Vi si legge  ‘TINSCVIL‘, probabilmente un’ iscrizione votiva da poter tradurre con la formula ‘per Tinia’. La Chimera di Arezzo rappresenterebbe quindi un dono, un’offerta per Tinia, la massima divinità religiosa degli Etruschi.

Fig. 14, Chimera, Museo Archeologico Nazionale, Firenze (part.)

L’opera risale alla fine del V – inizi del IV secolo a. C.; la straordinaria tecnica esecutiva (fusione a cera persa) conferma l’effettivo intervento da parte di maestranze artigiane etrusche, mentre l’analisi stilistica della scultura ci fornisce un’altra interessante notizia: testimonia l’influsso estetico di una corrente artistica greca che si stava diffondendo nella nostra penisola. La Chimera rappresenta un esempio perfetto di questa impronta espressiva ellenica nel momento della sua diffusione nell’area geografica del Lazio e dell’Etruria.

Ad Arezzo, sotto Porta San Lorentino, c’è una riproduzione di questa straordinaria opera in bronzo, testimonianza tangibile dell’elevatissimo livello qualitativo dei manufatti etruschi [Fig. 15].

Fig. 15, Chimera, Porta San Lorentino, Arezzo (riproduzione)

Lucia Borri

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