Le giocatrici di astragali del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Un altro bellissimo esempio di ‘Giocatrici di astragali’ (https://www.labellarivoluzione.it/2020/04/07/lantico-gioco-degli-astragali/) è un pinax marmoreo, ascrivibile al I sec. d.C., che proviene da Ercolano [Figg. 1, 2], e che faceva parte di una serie composta da nove tavole decorative. Attualmente è conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il pinax (gr. πίναξ, tavoletta, asse), è una tavoletta votiva dedicata ad una divinità che può essere dipinta oppure realizzata a bassorilievo.

Fig. 1, Alexandros di Atene, Le giocatrici di astragali, I sec. d.C., Museo Archeologico Nazionale, Napoli

Fig. 2, Disegno che rappresenta Le giocatrici di astragali del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

La scena raffigura un gruppo composto da cinque figure femminili, due delle quali, accovacciate a terra, stanno giocando con degli astragali. Dietro di loro ci sono le altre tre donne, due di profilo ed una rappresentata in modo frontale.

Alcune iscrizioni consentono di poter individuare dei nomi. Il nome dell’artista (“ALEXANDROS ATHENAIOS EGRAPHEN”, Alessandro ateniese dipinse), posto nell’angolo in alto a sinistra, presumibilmente un copista greco, e i nomi di ogni figura rappresentata: Aglaia e Ileira (le due astragalizousai, giocatrici di astragali), Leto, Niobe e Phoebe (le tre figure in secondo piano). Dall’identificazione di queste figure femminili si capisce che il tema del gioco degli astragali sia secondario nella rappresentazione, che fa invece riferimento ad un episodio mitologico. Ma procediamo per gradi.

Il piccolo quadro riflette lo stile fiorito della pittura vascolare miniaturistica, rintracciabile nella produzione attica della fine del V secolo a. C. e dei primi anni del secolo successivo.

‘È una copia dei primi tempi dell’Impero, ma i caratteri dell’arte pittorica della fine del secolo V, e precisamente dei monocromata o quadretti ad una solo colore, si sono senza dubbio fedelmente conservati‘ (P. Ducati, L’arte Classica, in Storia dell’arte classica e italiana, UTET, 1967, Torino, p. 361).

In realtà, dopo attenti esami sul pigmento dell’opera, sono state rilevate tracce dell’originaria pittura a quattro colori: nero, rosso, bianco e giallo. L’attuale monocromia è da considerarsi come risultante dell’azione del tempo.

Le figure femminili, leggiadre, morbide ed  eleganti, richiamano alla mente la grazia di quelle rappresentate nei vasi del cosidetto “Pittore di Midia”, attivo tra il 420 e il 390 a.C. [Figg. 3-4].

La scena della tavoletta che stiamo analizzando, illustra un episodio del mito di Niobe narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, capolavoro letterario che diventa più bello ad ogni lettura. Niobe era figlia di Tantalo, re della Lidia, e divenne poi sposa di Anfione, re di Tebe. Dalla loro unione, nacquero quattordici figli, sette maschi e sette femmine (i Niobidi), che la resero particolarmente orgogliosa. E superba. Durante i sacri riti in onore della dea Leto (madre di Apollo e Artemide), Niobe oltraggiò la dea interrompendo le celebrazioni e dichiarando di esserne superiore in virtù della numerosa prole. Adirata, la dea, punì la tracotanza della regina attraverso l’uccisione dei suoi sette figli maschi per mano di Apollo e delle sue sette figlie grazie alle frecce scoccate da Diana-Artemide. Niobe, lacerata dal dolore, fu trasformata in una roccia da Zeus e, grazie a un turbine di vento, tornò alla sua città natale, sulla cima di un monte, dove continuò a piangere lacrime piene di dolore.

Il legame saldo che univa la dea Latona (o Leto) alla regina Niobe prima del loro screzio, è stato celebrato nei versi (ora frammentari) della poetessa Saffo: “Latona e Niobe certamente si amavano come vere amiche” (Λάτω καί Νιόβα μάλα μέν φίλαι η̃́σαν έταιρα) (E. Lobel, Poetarum lesbiorum fragmenta, Clarendon press, 1955, Oxford, p. 249).                                                            

L’interpretazione della scena si può quindi dedurre dal gesto della fanciulla posta in secondo piano, sulla destra, raffigurata nell’atto di sospingere in avanti  la figura femminile che si trova al suo fianco. Si tratta di una delle figlie di Niobe, Phoebe, che incita la madre a riappacificarsi con la dea irata (Leto, la figura all’estrema sinistra), che si mostra però scontrosa, schiva e titubante. E, proprio come Phoebe, anche le altre due figlie, intente a giocare con gli astragali, non sanno che loro morte è imminente…

Iconograficamente, questo esempio è un caso isolato, in quanto le rappresentazioni più tipiche del mito di Niobe, nell’arte antica, sono legate all’episodio della strage dei Niobidi o alla trasformazione in roccia della stessa regina.

Lucia Borri

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