Cimitero Monumentale di Staglieno, Genova

Tra il XIX e il XX secolo, nel cimitero di Staglieno (Genova), prendono vita sculture e impianti decorativi che presentano una raffinatezza estetica impareggiabile.

Visitare questo luogo è un viaggio appassionante, un viaggio in cui si vive un senso profondissimo di smarrimento, non tanto per la magnificenza architettonica e scultorea che si spalanca ai nostri occhi, subito, ma per l’impatto emotivo e psicologico provocato da una simile realtà: realtà in cui si fondono perfettamente morte e bellezza.

È un mondo di morti. Un repertorio infinito di emblemi iconografici inerenti al tema funebre, accompagna i passi dei visitatori che vengono rapiti, risucchiati dalla bellezza sconfinata delle opere d’arte, tradizionalmente relegate nella categoria ‘scultura funeraria’. In questo transitare, in questo snodarsi di corridoi pieni di nomi e di volti e di ombre e di luci, si sente, si avverte, si respira, la morte. Nei cosiddetti cimiteri monumentali, questo senso di estraniamento è quindi più potente che nei cimiteri classici, in cui l’elemento preponderante è la pura sacralità dell’atto della sepoltura.

Negli studi antropologici, atti a misurare, valutare le umane strutture sociali del passato, le tematiche della sepoltura e del lutto, sono da sempre elementi fondamentali per compiere un’analisi etnologica, quindi culturale, molto profonda (pensiamo all’importanza degli scavi archeologici in cui vengono riportate alle luce le antiche sepolture, i corredi funebri, i manufatti, gli oggetti di uso quotidiano dei defunti… Una miniera di nozioni e informazioni utilissime per gli archeologi, per gli antropologi e per gli storici).

Nel cimitero di Staglieno, dal momento che i nostri occhi ‘contemporanei’ sono abituati a catalogare, suddividere, etichettare qualunque aspetto della quotidianità, il non riuscire a fare una distinzione netta tra museo e luogo di sepoltura, provoca una frattura percettiva ed emozionale magnifica, da provare assolutamente. È come se si perdesse continuamente l’equilibrio…

Custodi silenziosi del silenzio più profondo, gli angeli del Cimitero Monumentale di Staglieno, vegliano numerosi sui confini, sulle soglie che separano il soffio umano che sta in piedi, da quello disteso nell’eternità; un limite valicabile per tutti, grandioso, solenne evento democratico, che determina la distanza abissale tra la pausa rumorosa delle palpebre aperte e il ritorno infinito alle palpebre chiuse. Gli angeli, o meglio, le figure alate sono presenti nella cultura e nell’iconografia di tantissime civiltà; la ‘funzione’ di queste figure è sempre quella di anello di congiunzione, di tramite, di varco che collega i mondi (molte rappresentazioni etrusche ne sono puntale testimonianza).

Nell’apparato simbolico cristiano, l’angelo (da ἀγγέλλω, cioè ‘annunzio’), non ha soltanto la funzione di intermediario tra Dio e l’uomo, ma riveste anche il ruolo di guida, di custode, di protettore dell’anima del defunto nel momento del trapasso; da qui le rappresentazioni frequenti di angeli nella statuaria cimiteriale, soprattutto nelle tombe dei bambini.

Tra gli angeli di Staglieno ce ne sono alcuni che sono diventati emblematici, simboli talmente radicati nella nostra mente, da poter essere paragonati ai due angeli paffuti appoggiati morbidamente alla balaustra, nella Madonna Sistina di Raffaello.

Uno di questi angeli ‘famosi’ di Staglieno, è collocato nella Tomba della famiglia Oneto [Figg. 1, 2]. Opera realizzata da Giulio Monteverde nel 1882: una figura glaciale, che è avvolta sia nel mistero, che in un sinuoso abito lungo che le accarezza il corpo in maniera sensuale, gli occhi sono imperturbabili, la posa del corpo è completamente chiusa, rigida, impenetrabile, la tromba ha già squillato…

1882, le epoche storiche contengono i mutamenti della cultura, del sentire, del ‘polso’ della società e così cambia la modalità stessa di percepire, interpretare anche la morte, iconograficamente. Penso alle teorie estetiche simboliste e decadenti, le ‘correspondances’ tra il tutto e ogni sua parte, tra visibile e invisibile, le profondità misteriose, insondabili, da provare a sondare, a snodare con l’arte, con la poesia, con la simbologia, con i ‘paradisi artificiali’. Tutto cambia, cambia tutto nel tempo: moda, sentimento culturale, clima, visione. La morte resta. Sempre. Grandiosa morte.

Ultima nota. In una visita del 2022 (momento in cui ho scattato le fotografie che propongo in questo articolo), mi fermai a conversare con la restauratrice che stava ripulendo le opere più sporche (le tonalità grigiastre che si vedono nelle foto delle sculture, sono dovute alle stratificazioni di polvere che si sono accumulate nel tempo). Onestamente, davanti al bianco ottico risultante dalla pulitura, rimasi molto perplessa: oltre alla valenza enfatica che, in un contesto simile, trovo perfetta, quelle ombreggiature ‘vellutate’ che sottolineano una piega, un incavo, un profilo, sono a mio avviso una ‘stratificazione storico-estetica’ degna di nota.

Le azioni mirate a restaurare, ripulire, conservare, sono però fondamentali. Per fortuna hanno una valenza più ampia rispetto alle visioni estetiche soggettive.

Bello. Da vedere. E rivedere.

Lucia Borri

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